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I ciclisti di Aligi Sassu

06 aprile 2017    |    Evento dal 06 aprile 2017  al 14 maggio 2017

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I Ciclisti di Aligi Sassu

Da giovedì 6 aprile a domenica 14 maggio 2017 | Torre Sulis, Alghero 

 

Su iniziativa di Tonino Oppes, membro del Comitato Scientifico della Fondazione Alghero (Musei Eventi Turismo Alghero) nasce l'idea di allestire nella Torre Sulis, in concomitanza con la grande partenza del 100° Giro d'Italia, una mostra su Aligi Sassu, che sia anche l'occasione di creare un gemellaggio con il Museo Aligi Sassu della vicina Thiesi.  

Grazie al contatto con la Fondazione Helenita e Aligi Sassu che nasce nel 1998 a Pollença, nell'Isola di Maiorca (Spagna), ora diretta dal Figlio Vincente Sassu, l'idea prende forma e sostanza. Si pensa pertanto di allestire una mostra con oltre 50 opere tra sculture e disegni originali, di cui la maggior parte inediti, che racconti, attraverso un percorso cronologico e circolare che si snoda sui due piani della Torre, la passione per il ciclismo che ha accompagnato Aligi Sassu per tutta la vita. Nasce così la mostra dal titolo "I ciclisti di Aligi Sassu" che verrà inaugurata giovedì 6 aprile alle ore 18.30 e sarà visitabile tutti i giorni dalle 10.30 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 19.30 fino al 14 maggio 2017. Un'occasione unica per rivivere assieme alle carte del grande maestro una grande passione che lo accompagnò per 30 anni della sua vita, fino agli ultimi schizzi, quando era già molto anziano, sullo stimato Pantani. 

 

Con il Patrocinio della Fondazione Aligi Sassu di Milano

In collaborazione con la Pinacoteca Aligi Sassu di Thiesi

 

L'asfalto della strada è nero, ma quando si fatica in corsa,

con la testa abbassata sul manubrio,

gli occhi socchiusi del ciclista filtrano il sangue delle palpebre,

e allora la strada diventa rossa.

Dunque lunghe strisce, lunghe pennellate rosse.

ALIGI SASSU

 

Nascono ieratici e sobri i ciclisti di Aligi Sassu. Sono alla partenza o all'arrivo della loro corsa, con le gomme sgonfie in pugno, attorcigliate sul torso come le spire del serpente intorno a Laoconte, perché anche loro del mito trattengono una scintilla sovrumana, pur col sapore normale di un'esistenza spesa lontano dagli agi, e forse l'unico vero agio resta la libertà. D'altronde, la fame si sente davvero in quegli anni tragici, quando la rivolta piega il disegno e diventa la scelta di un colore cocente, impavido, che innesta l'aria di un cremisi coraggioso e fiero. I ciclisti di Sassu sono attori importanti di un teatro del quotidiano in cui il maestro chiama a recitare i compagni di strada, i compagni di fame, con la pelle tesa per la magrezza emaciata dalla guerra e dal disastro sociale dell'Italia votata al Fascismo, dove pochi comprendono la follia e reagiscono all'ubriacatura di massa. Ma questa normalità è poi trasformata in verso epico, cantato come si cantano le avventure dei grandi. Tanto la litania del regime danza con il popolo quanto i personaggi di Sassu restano immobili, come se la corsa folle percepita da ragazzo, durante l'innamoramento futurista, cedesse improvvisamente il passo alla presenza testimoniale più che all'azione. Dunque lunghe strisce, lunghe pennellate rosse". È cosi che l'immagine diventa una simbolica della vita intesa come lotta e sofferenza per raggiungere una meta. Di qui l'artista muove e, lavorando nel tempo sur le motif, origina delle continue variazioni sul tema, che assumono di volta in volta i tratti linguistici del periodo cui sono riconducibili. Di conseguenza Ciclisti in città, I ciclisti e il cavallo nero, Ciclista in rosso, tutti acquerelli e tempere del 1930, vedono protagonista il colore, un colore squillante e urlante di matrice espressionista che struttura le forme, si mostra privo di ogni intento referenziale e carica in senso emotivo le rappresentazioni. Ed è questa stessa "cateratta di rossi e di blu". Si tratta certo di un grande racconto che ritrae i volti di amici e compagni di tante gare di quegli anni, ma che resta come sospeso in una dimensione metafisica. Le figure, lontane dall'eroica monumentalità della contemporanea poetica del Novecento e distribuite nello spazio della tela secondo una sapiente scansione compositiva segnata dalle diverse funzioni assolte, sono colte in posa, al pari di un'istantanea, sono allungate e immobili, assorte e trasognate.

LA MOSTRA La mostra nasce in collaborazione con il Comune di Alghero, il Comune di Thiesi, la Fondazione Alghero - M.E.T.A. (Musei Eventi Turismo Alghero) e la Fondazione Helenita e Aligi Sassu che nasce nel 1998 per volontà di Aligi Sassu e Helenita Olivares a Pollença, nell'isola di Maiorca (Spagna) dove il Maestro ha progettato e costruito il suo ultimo studio, attuale sede della fondazione, nel 1993. La mostra gode di un allestimento avvolgente e sorprendente nella location straordinaria della Torre di Sulis che per l’occasione della partenza del 100° Giro d'Italia diventa la Torre simbolo della città colorandosi di rosa ogni notte. All’interno delle mura spesse oltre tre metri, circa 50 opere tra disegni, incisioni e sculture raccontano della passione che ha accompagnato l’artista per tutta la sua vita. I ciclisti, come gli Uomini rossi, che hanno nei Giocatori di dadi, ovvero nell'azzardo, il loro emblema, evidenziano in qualche modo un sapore autobiografico: sono un epico inno alla giovinezza, all'avventura esistenziale ancora tutta da affrontare - sovente i ciclisti sono alla partenza, con la bicicletta al fianco, in solitaria attesa di iniziare la loro avventura - come pure un continuo e silenzioso interrogarsi intorno alle difficoltà del percorso umano da parte di coloro che, indifesi, stanno per affrontarlo. La mostra sarà anche l’occasione per creare una sinergia più profonda tra le comunità di Alghero e Thiesi che vengono ad unirsi all’insegna dell’arte e della storia in questa cornice prestigiosa che coinvolgerà tutta la Sardegna che per l’occasione si veste di rosa per il centesimo Giro d'Italia. Infatti la Torre Sulis, la stessa che ospita la mostra, a cento giorni dalla partenza, fino al 5 maggio, insieme a Olbia, Tortolì e Cagliari ha avviato il countdown non solo simbolico con contatori cronometrici e illuminazione rosa di monumenti simbolo e aeroporti e attività di animazione territoriale. Sono stati colorati di Rosa la Torre di Sulis di Alghero, il museo archeologico, la chiesa di San Simplicio e la piazzetta di San Pantaleo a Olbia, gli scogli rossi a Tortolì e il Palazzo civico a Cagliari. La mostra di Aligi Sassu rientra dunque nella più ampia strategia di comunicazione della Regione, in accordo con i Comuni coinvolti, per valorizzare l'immagine dell'isola in concomitanza con un evento che darà molta visibilità a tutta l’Isola. Son infatti 196 Paesi collegati in tv e duecento testate giornalistiche presenti sul territorio.

L’ARTISTA Aligi Sassu non ha bisogno di presentazioni, è sardo ma di quei sardi che hanno risonanza internazionale. nasce a Milano il 17 luglio 1912, trascorre l'infanzia tra Thiesi e Milano. Date le difficoltà economiche della famiglia, abbandona la scuola per lavorare come apprendista in un'officina litografica e come aiutante di un decoratore murale. Insieme all'amico Bruno Munari, con cui firmerà il manifesto della pittura Dinamismo e riforma muscolare, viene a sapere che Filippo Tommaso Marinetti avrebbe incontrato giovani artisti all'Hotel Corso. Da allora la sua carriera è andata in crescendo, sebbene con non poche difficoltà. Si iscrive nel frattempo ai corsi serale dell'Accademia di Brera, stringendo amicizia con Lucio Fontana, Renato Birolli, Umberto Lilloni e Giacomo Manzù, col quale dividerà lo studio di piazzale Susa. Lasciata l'Accademia per motivi economici, frequenta la Libera Accademia l'Avanguardia Artistica, aperta dal gallerista Barbaroux. Partecipa alla mostra Trentaquattro pittori futuristi alla Galleria Pesaro di Milano (1927), alla collettiva inaugurata presso un dopolavoro in via Piero della Francesca e poi trasferita al ridotto del Teatro degli Arcimboldi su interessamento di Ettore Gianferrari (1929), alla galleria Milano con presentazione di Raffaello Giolli (1930) e alla galleria il Milione nella mostra Opere e studi di artisti lombardi organizzata da Edoardo Persico. Si allontana progressivamente dal Futurismo e, in antitesi con Novecento, inizia un filone primitivista che lo porterà poi alla serie dei Ciclisti e degli Uomini Rossi. Nel 1932 espone con Birolli, Cortese, Grosso, Manzù e Tomea alla Galleria del Milione, iniziando a dipingere opere di tema sacro e le Battaglie. Nel 1934 soggiorna a Parigi, dove tornerà anche l'anno successivo, approfondendo lo studio della pittura di stampo classico realista, e accrescendo il suo impegno politico, in particolare antifranchista che lo porterà a dipingere la Fucilazione delle Asturie, sorta di manifesto dell'opposizione europea al fascismo. Inizia a dipingere i caffè, ispirati alla catena Chez Dupont appena inaugurata. Tornato in Italia frequenta Birolli, De Grada, Guttuso, Migneco, Mucchi: nasce tra di loro un clima particolari che darà vita qualche anno dopo al movimento intellettuale di Corrente. Ma è la sua attiva partecipazione ad azioni di disturbo e alla diffusione di stampa clandestina, che lo porterà ad essere arrestato dall'OVRA nel 1937. Accusato di complotto e sovvetimento dell'ordine di Stato, viene condannato a dieci anni di reclusione. Dopo i primi sei mesi di isolamento, solo quando viene trasferito nel carcere di Fossano gli viene concesso di disegnare: nascono più di quattrocento disegni, in gran parte ritratti di detenuti e disegni mitologici, ma anche la serie della Morte di Cesare, metafora della fine del fascismo. Nel 1938 grazie alle pressioni politiche del padre Antonio, di Marinetti e del dottor Veratti, riceve la grazia dal Re e vivrà come soervgliato speciale fino al 1940. Continua comunque a dipingere opere di opposizione come Spagna 1937, La morte di Cesare e diverse Crocefissioni. Nel 1941 allestisce una personale nella Bottega di Corrente, dove espone per la prima volta gli Uomini rossi. Soggiorna ad Albisola dedicandosi all'attività di ceramista, e sposa Fernanda, da cui ha la figlia Maria Antonietta. Nel 1944 inizia il ciclo delle Maison Tellier, ispirate all'omonima novella di Guy de Monpassant, ma è un periodo di grande sofferenza: perde, a causa di una meningite, l'adorata figlia e solo qualche mese più tardi assiste in prima fila alla fucilazione di Martiri di Piazzale Loreto. In soli due giorni, riutilizzando una tela su cui aveva già finito un Ciclista, dipinge l'opera omonima. Entra in una profonda crisi, da cui uscirà grazie all'intenso lavoro e alla sperimentazione di nuove tecniche, in particolare lavorando prima a Castel Cabiaglio e poi ad Albisola alla ceramica. Nel 1948 espone per la terza volta alla Biennale di Venezia, dove tornerà anche nel 1954, nel 1956, e negli anni successivi allestisce personali a Genova, Losanna, Madrid, Nizza, Stoccolma, Parigi e Lugano. Partecipa inoltre alla Quadriennale di Roma nel 1959, alla XII Triennale di Milano e alla mostra storica di Corrente da Gianferrari nel 1960. Nel 1964 apre uno studio a Mallorca, iniziando quella che Dino Buzzati chiamerà la sua nuova giovinezza, grazie anche alla sua nuova compagna di vita, la soprano colombiana Helenita. Nel 1973 si dedica a scene e costumi dei Vespri siciliani per la riapertura del Teatro Regio a Torino e si inaugura in Vaticano la Galleria d'Arte Moderna, dove gli viene dedicata una sala. Segue un'attività espositiva ricca di impegni e di riconoscimenti, tra cui si segnalano le antologiche di Cagliari nel 1967; a Palazzo Diamanti di Ferrara, a Castel Sant'Angelo a Roma e a Palazzo Reale a Milano nel 1984; a Monaco di Baviera e al Castello di Rivoli nel 1987, a Palau Robert di Barcellona nel 1989 e a Palazzo Bandera di Busto Arsizio nel 1991. Altre esposizioni avvengono in quel periodo a Siviglia e in Germania, l'anno dopo a Madrid e in Canada dove una mostra itinerante sui Promessi sposi viene presentata a Toronto, Montreal e Ottawa. Nel 1986 espone a Palma di Mallorca, alla XI Quadriennale di Roma, alla Triennale di Milano e alla Casa del Mantegna a Mantova. Completa le centotredici tavole sulla Divina commedia, tre delle quali vengono acquistate dal Museo Puskin di Mosca. A Monaco di Baviera, viene inoltre allestita una grande antologica con opere dal 1927 al 1985. Nel 1992, ottanta dipinti celebrano gli ottanta anni del Maestro con antologiche a San Paolo, Bogotà e Buenos Aires. Nel 1993 inaugura I Miti del Mediterraneo, grande murale in ceramica per la sede del Parlamento Europeo a Bruxelles, e l'anno successivo esegue la cartella di incisioni Manuscriptum, commissionata dall'Armand Hammer Foundation di Los Angeles in occasione della mostra itinerante "I ponti di Leonardo". Nel 1995 la Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo ospita la personale Sassu. Dal 1930 a Corrente, nel 1999 viene presentata un'ampia antologica a Palazzo Strozzi a Firenze, mentre la città di Lugano organizza Sassu Futurista (1999), Sassu primitivista (2000), Sassu e gli uomini rossi (2001), Maison Tellier (2008) presso il Museo Civico di Belle Arti. Nel 2008 una grande antologica dal titolo Aligi Sassu: dal mito alla realtà. Dipinti degli Anni Trenta viene ospitata a Palazzo Reale a Milano. Aligi Sassu muore la sera del suo ottantottesimo compleanno, il 17 luglio 2000, nella sua casa di Can Marimon a Pollença.

THIESI, il Museo SASSU A nove anni si trasferisce con la famiglia a Thiesi, in Sardegna dove rimane per tre anni. Il paesaggio sardo dai colori forti, colpisce il ragazzo e questa atmosfera mediterranea tornerà spesso nelle opere dell'artista. A causa delle precarie condizioni economiche della famiglia, a soli 13 anni Aligi Sassu lascia la scuola per lavorare prima come apprendista in un'officina litografica e poi come aiutante di un decoratore murale, continuando a frequentare corsi serali di Brera, in una situazione resa difficile dai debiti e dalla persecuzione del padre, perché antifascista. Ma i colori abbacinanti della Sardegna, i paesaggi contesi tra roccia e mare, le tinte del sole e della terra dove i cavalli correvano sulla spiaggia, quei cavalli che diverranno il suo marchio di fabbrica, rimarranno impressi per sempre nell’animo dell’artista, destinati ad accompagnarlo lungo tutto il suo cammino di pittore. Il Museo Sassu ha come nucleo quelle due importanti opere murali: I Moti Angioini e La Vita e la Natura (entrambe degli anni ’60) che l’artista lasciò al paese negli anni ’60. La collezione permanente curata da Alfredo Paglione e Silvia Pegoraro, con la collaborazione di Elsa Betti ruota invece attorno alle 120 opere grafiche donate da Helenita Olivares Sassu e Vicente Sassu Urbina, vedova e figlio adottivo dell’artista, nonché da Alfredo Paglione, cognato dell’artista, noto gallerista e collezionista milanese e da Antonio Serra di Thiesi, parente e amico di Sassu. Acquaforte, acquatinta, puntasecca, litografia le tecniche che tra il 1929 ed il 1955 Sassu ha privilegiato per sue grafiche in una produzione che può dirsi parallela a quella pittorica. I temi sono quelli che ne caratterizzano l’opera complessiva: la realtà sociale, il mito, il soggetto sacro accanto a quello profano e talvolta anche provocatorio. Affermano i curatori: “Dal punto di vista del linguaggio l’immediatezza espressiva diventa graffiante, come nei 35 lavori della cartella Aligi Sassu. Opera grafica del 1963, presentata in mostra con l’introduzione di Salvatore Quasimodo e il saggio critico di Giorgio Mascherpa. Qui le Crocefissioni del 1930 e del 1942 convivono con i vari Ciclisti, Musici e Giocatori di dadi del 1931, con La ruffiana e Le modelle del 1939, e con altri lavori che denotano il profondo legame di Sassu con la letteratura”. Nella mostra permanente non ci sarà la Commedia dantesca, il noto ciclo di acrilici degli anni ’80 considerato l’apice della sua capacità di potente “narratore”, ma in compenso si potranno ritrovare altre opere “letterarie”: da pagine dei Promessi Sposi all’Orlando Furioso, dall’Apocalisse alle grafiche che illustrano le poesie dell’amico Raffaele Carrieri e poi le cinque grandi litografie Omaggio alla Sardegna, con i versi del poeta sardo Sebastiano Satta che restituiscono il mito di una terra arcaica e maestosa. Non potevano mancare i cavalli, protagonisti di una raccolta di 10 litografie e di nove incisioni a colori, dove attraverso più racconti emerge tutta la potenza e la vitalità che Sassu ritrovava nello splendido animale. Completano la raccolta del Museo diversi fogli sciolti di grande formato degli anni ’80: “ancora una volta mito e realtà, immaginazione visionaria e potenza della natura s’intrecciano nell’universo di Sassu, dove il colore non abbandona mai il suo ruolo di generatore della forma e non cessa mai di essere il veicolo di profonde emozioni”. MUSEO ALIGI SASSU via Garau, Thiesi (SS) info: Comune di Thiesi tel. 07988558.

 

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